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BOCCONI AVVELENATI IN TOSCANA

ANALISI, CONCLUSIONI E PROPOSTE BASATE SULLA RELAZIONE DELLA
POLIZIA PROVINCIALE DI FIRENZE PER L’ANNO 2005

 

PREMESSA

Nonostante le leggi da tempo in vigore, l’abitudine di tutelare interessi privati e di categoria, risolvere propri conflitti, farsi giustizia con l’uso del veleno è rimasta inalterata  nel tempo.
L’opera costante e solitaria della Polizia Provinciale di Firenze (e del Gruppo Investigativo Antiveleni costituitosi nel luglio  2005), a prescindere dagli interventi di natura giudiziaria, porta indispensabili elementi alla comprensione del fenomeno (con la rilevazione dei dati, l’indicazione dei metodi e l’uso degli strumenti) ma non è sufficiente in sé poiché si esercita a fatti compiuti quando cioè gli animali sono morti, le falde acquifere compromesse e le sostanze velenose distribuite nella catena alimentare.

Controlla quindi solo una parte del fenomeno, quella successiva, repressiva mentre l’intenzione della L.R. n. 39 del 16 agosto 2001 è quella di prevenire in quanto "si colloca in aggiunta e non in sostituzione della legge nazionale e mira soprattutto a impedire gli avvelenamenti più che a colpire gli avvelenatori" (come dichiarato da autorevoli rappresentanti della Regione Toscana).
Questo però non accade;  ogni giorno abbiamo conoscenza di stragi inarrestabili.

Dalla relazione della Polizia provinciale relativa all’anno 2005, presentata alla Consulta della  Provincia di Firenze per la tutela degli animali il 26 febbraio 2006, risulta che rispetto al numero delle segnalazioni 251, al numero degli animali avvelenati recuperati 282, alla quantità di esche rinvenute 77, gli indagati sono soltanto 15 (circa il 5% rispetto al totale dei reati/animali avvelenati), una misera percentuale.

Questi dati da soli dimostrano l’inefficacia della politica contro gli avvelenamenti e confermano il triste primato del nostro Paese in Europa, primato debitamente messo in risalto dai mass media nazionali ed esteri.

ANALISI

La Polizia elenca cinque tipi di azione delittuosa: avvelenamenti riguardo alla gestione della fauna, alla raccolta dei tartufi, ai dissidi condominiali, al disturbo degli animali, all’intimidazione criminosa.

Esaminando i dati letti che, con molto realismo, si presume rappresentino la punta dell’iceberg,  risulta che:

  • il numero di segnalazioni ricevute (251) e " l’elevata omertà da parte dei cittadini che sono a conoscenza dei fatti sia da chi materialmente ha subito un danno", oltre a dimostrare indifferenza o sfiducia, depone per una mancanza di informazione capillare e duratura da parte delle istituzioni;

  • dei 282 animali colpiti 157 sono cani e 75 gatti (facili da individuare in quanto hanno un padrone o un responsabile), entrambi dichiarati dalla legge quadro 281 del 14 agosto 1991 animali d’affezione, particolarmente tutelati,  che da soli rappresentano l’82% del totale;

  • il numero degli animali selvatici uccisi (20) è ridotto perché, per ovvie ragioni,  sfuggono al controllo;

  • è ormai chiaro, sia da questo rapporto che da quelli precedenti, che i veleni più usati sono:  al primo posto gli inibitori delle colinesterasi , seguono metaldeide (veleno per lumache) e anticoagulanti (veleni per roditori) che da soli rappresentano circa il 73% dei veleni utilizzati e se si aggiunge il fosfuro di zinco che è al quarto posto, si arriva all’80%;

  • le 9 perquisizioni domiciliari effettuate dalla polizia hanno portato al sequestro, oltre che di 82 tipologie di veleni e 13 esche avvelenate nonché di 91 animali illecitamente abbattuti, anche al sequestro di 557 pallottole non denunciate, fucili, pistole e parti di arma non denunciate o illegalmente detenuti,  68 tagliole, 22 lacci, 1 rete, 5 trappole  strumenti tutti per la cattura di uccelli e mammiferi selvatici,  come nel rapporto del 2004;

  • il maggior numero di segnalazioni di avvelenamento  si è avuto nel mese di marzo con 49 contatti pari a circa il 20%, a seguire febbraio (28) e aprile (27); questi tre mesi  rappresentano il 41%  del totale delle segnalazioni; se segnalazione sta per avvelenamento è facile dedurre che il picco del fenomeno si verifica durante i ripopolamenti di fauna selvatica per l’attività venatoria;

  • la suddivisione delle segnalazioni di avvelenamento per aree urbana ed extraurbana, inoltre, evidenzia in modo netto (con l’esclusione del mese di ottobre dove il dato si capovolge) la supremazia dell’area extraurbana in ogni mese dell’anno; in particolare nel mese di marzo su 49 segnalazioni 41 riguardano l’area extraurbana  che rappresenta quindi  la provenienza del 74% delle segnalazioni;

  • emergono due picchi: uno temporale (mese di marzo) e uno spaziale (area extraurbana).

 
Sintetizzando:

  • Il picco degli avvelenamenti (41% del totale) si ha nei mesi di febbraio, marzo, aprile (come nel 2004);

  • dalle aree extraurbane proviene il 74% delle segnalazioni;

  • le 9 perquisizioni domiciliari oltre i veleni hanno scoperto numerosi  strumenti illegali di caccia;

  • l’omertà, sottolineata dalla relazione, presuppone la difesa di un interesse;


Questi dati  lasciano intuire che "l’azione delittuosa" più praticata, sia quella relativa  alla "gestione della fauna".
Ciò avalla anche il sospetto,  espresso da più ambienti,  che il mondo venatorio o, se si preferisce, chi ne fa parte, abbia il ruolo preminente nel fenomeno criminoso.

CONCLUSIONI

Considerando quanto sopra si perviene a una conclusione inconfutabile: la dispersione sul territorio di esche avvelenate non regredisce.

La ricerca del perché questa accade, consente due plausibili deduzioni, responsabili separatamente o congiuntamente della persistenza del fenomeno:

  • Gli strumenti finora usati sono inefficaci; la legge non viene rispettata né dai cittadini per i quali è stata emessa né dalle istituzioni che l’hanno emessa (nelle proposte che seguono, ciò è messo in evidenza) e questo compromette pesantemente tutto il suo valore intrinseco.

  • L’aspetto "culturale" di un certo mondo persiste nel suo profondo radicamento (tradizioni ataviche, substrato sociale, interessi egoistici, abitudini familiari….) e  rappresenta un duro ostacolo da scalfire  che non ha confronto con il gesto estemporaneo rabbioso, insofferente  o vendicativo fine a se stesso. In particolare non va dimenticato che le leggi che disciplinano l’attività  venatoria, dal 1977 in poi continuano a ribadire il divieto di usare esche avvelenate fino ad allora consentite ma vietano anche radicati comportamenti inconcepibili alla civile società contemporanea, come quello di "usare a fini di richiamo uccelli vivi accecati o mutilati" (art.  21/r legge 157/1992).  


Riassumendo, se si vogliono eliminare i bocconi avvelenati bisogna entrare con forza nel mondo "culturale" che li produce escludendo dalle intenzioni la "categoria" ma affrontando i "criminali" di qualunque categoria.
 
Soltanto il rispetto delle norme che ci diamo può farci avanzare e proporre la  nostra Regione  come modello per le altre.

Firenze 15 giugno 2006


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